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Fonni: 460 euro per un robot da cucina. Era un truffa


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Storia

FONNI, villaggio della Sardegna e principale delle altre terre delle Barbagie. Contienesi nella provincia e prefettura di Nuoro ed è capoluogo di mandamento.

La sua situazione geografica è alla latitudine 40°, 7', ed alla longitudine orientale da Cagliari 0°, 8'; la elevazione sul mare di metri 998,82, punto al quale sono ben inferiori gli altri paesi montani della Sardegna.

Clima. In luogo così alto e in esposizione a’ venti settentrionali la sua temperatura si avvicina allo zero nella stagione invernale e in alcune notti discende sotto esso di alcuni gradi; le nevi vi cadono così abbondanti che in qualche sito si levino a più di 8 metri e così frequenti che ne resti coperto il suolo sino all’aprile, se pure non persistano sino al luglio; anzi vi ha chi ricordasi averle vedute in molte parti del territorio durare sino all’agosto, per ricomparire nell’ottobre: ordinariamente l’inverno si allunga per sette mesi dall’ottobre all’aprile. La nebbia è rara e innocente, rarissima la grandinazione e la fulminazìone: l’aria saluberrima.

Topografia. Sulla falda settentrionale di Montespada sorge Fonni composto di 780 case tra le quali corrono irregolari le strade, sebbene nè incomode nè sporche. Le abitazioni de’ principali sono grandi, ben divise e fornite; quelle delle persone di stato mediocre han comunemente quattro appartamenti, uno ben addobbato dove si ha il letto; l’altro per la cucina col focolare in mezzo, le panche intorno e in fondo alcuni palchi gli uni su gli altri dove riporre legne e cose che si voglion difese dall’umido; il terzo dove si ripongono le provviste che consistono nella necessaria quantità dei cereali, in una botticella di vino, e ne’ seguenti generi, lardo, fagiuoli, castagne secche e fresche, patate, cipolle ecc., il quarto per gli stromenti agrarii e per gli utensili pastorali.

Sono frequentissimi i poggiuoli di castagno. In luogo delle tegole si usano le scandule, delle quali feci menzione nell’articolo Desulo, e dassi per ragione che i tevoli comuni essendo fragilissimi non reggono al peso del nevazzo che si accumula. Sono rare le case che non abbiano un cortile.

Dividesi questo paese in quattro rioni o vicinati, come essi dicono; e sono Logòtza, Su pigiu, Goddorài, Puppuài. Non vi è tra medesimi alcuna discontinuazione.

Popolazione. Le famiglie componenti il popolo fonnese sono (anno 1839) 774, con anime 3150, che distinguonsi in maschi 1356, femmine 1614. Dalla considerazione d’un sufficiente spazio di tempo si sono dedotte le seguenti medie annuali, di matrimonii 22, nascite 120, morti 65. La popolazione è in un visibilissimo aumento sì per il benefizio della vaccinazione, per cui quasi niente si patì nell’ultima influenza vaiuolosa, sì perchè con la addottata coltivazione delle patate si sono accresciute le sussistenze.

Il numero maggiore delle nascite accade nei due mesi invernali dicembre e gennajo, occorrendo che in qualche settimana si battezzino 30 e fin 40 creature. Essendo quelle partorienti mogli di pastori facilmente si intende la ragione di questo fenomeno.

La mortalità più che in altre età è frequente nella puerizia.

Non sono pochi gli esempi di longevità oltre il novantesimo anno.

Carattere. Generalmente vedonsi ottime costituzioni, belle forme, e il colorito della sanità.

I fonnesi sono educati a una vita dura massime i pastori. Non altri resistono al freddo quant’essi che restansi per guardare il bestiame fra le nevi e vi dormono. A parte le case dei principali e de’ preti a’ quali piacciono le delicatezze cittadinesche, gli altri non usano la lana ne’ materassi, ma l’osso del lino; e i poveri sono contenti se si involgono nella ràgana (vedi Desulo), parimente come si osserva in tutto il restante della Barbagia e nelle regioni di Nuoro e Bithi.

Lodansi gli uomini di questa terra per ingegno, eloquenza e talento poetico. Il vanto poi di grand’animo non è senza merito. Lo spirito guerresco li prova non degeneri figli degli antichi abitatori delle alpi sarde. Come gli Iliesi vorrebber essi vivere al lor talento e alcuni non hanno una miglior idea dei dritti della proprietà. I quali in altro tempo senza alcun timore si avventavano nelle grassazioni, e riuniti in grandi compagnie entravano a mano armata ne’ villaggi a chiaro giorno. Nuraxinieddu, Riòla, Baràtili, Siammaggiore e qualche altro popolo del campidano Arborese non si sono fin qua dimenticati di questi ospiti; come non se ne sono ancora dimenticati gli Usellesi, sebbene sian trascorsi più secoli dalla estrema sventura che pativa la lor città. Accade pure che si lascino trasportare a più gravi eccessi e le loro renitenze e contenzioni potrebbero parere a chi non bene li conosce movere da spirito di ribellione. Negli anni 1838-39 osavano discendere in più centinaja alle saline di Oristano; e sospinti alla fuga i custodi si caricavano i cavalli di quanto era necessario per la provvista della casa e per l’insalatura de’ formaggi e delle pelli. Maravigliosa è la loro audacia seppure siano soli o in due o in tre sopra territorio altrui. Quindi dove essi passano con le greggie quei del luogo impostano guardie armate, che li dissuadono di non accogliere le altrui greggie tra propri branchi, e per spaventare i loro cani vantati per ferocia e per docilità. Ma il fin qui detto intendasi con discernimento: io parlava de’ soli pastori e non degli altri ne’ quali è molta religione, costume più civile e profondo sentimento di soggezione alle autorità, intiera devozione al Sovrano.

Agiatezza. Alle altre buoni doti de’ Fonnesi debbonsi aggiugnere pur queste, chè sono laboriosi, studiosi di aumentare il patrimonio, e moderati nelle spese. Le famiglie possidenti sono circa 700, le povere non più di 74. Nella prima distinguonsi le case de’ nobili che sono tredici e quelle degli ecclesiastici.

Vitto. I principali amano la buona tavola e se ne onorano con gli ospiti. Gli uomini delle altre classi usano vivande sostanziose, comechè assai grossolane, carni, latticini, legumi, frutta. Il fonnese prende piacere a bevere, ma non accade quasi mai che vada tant’oltre quanto l’orgolese.

Panificio. Usasi il pane d’orzo (s’orzàtu), il quale quando è raffreddato sentesi un po’ acidetto, e il pane di fromento (su coccòne) lavorato secondo l’arte comune. L’orzato era in altri tempi il pane quotidiano per tutti; ora nelle famiglie più comode mangiasi il coccone, e in certi giorni anche dai servi. Una terza maniera di pane è la fresa. Si fa una schiacciata tonda e molto sottile, introducesi nel forno quando è in sua maggior caldura, se ne estrae come vedesi gonfia, spaccasi in due croste e riponesi a biscottarla, si conserva per molti giorni e mangiasi con molto gusto.

Foggia del vestire. Gli uomini vestono cappotti corti, gabbani lunghi, calzoni larghi di tela e le brache di forese corte e assai larghe col giubbone di sajale rosso a due petti. I letterati che dicono, usano pantaloni e corpetti alla italiana. Le donne di primo stato veston gonelle di sajo fino e coprono la testa o con fazzoletti colorati o con mantelli triangolari orlati di trine d’oro e d’argento che incrociano sul petto, se pur non siano in duolo, perchè allora portansi manti di seta nera. Le donne di minor grado veston tre gonnelle, grigia l’interna, rosse le superiori, e adornate nelle falde a nastri di color diversi, sospendon un grembiale contornato da lavori di seta, e copron la testa con pezzuole bianche di tela che dicon bendas o tivageddas (tovagliuole), fuorchè in tempo di duolo, perchè allora portasi su cucuzzu, che è una pezza quadrata di panno azzurro con orlatura di nastro pavonazzo che spiegano sulla testa raccogliendone soli due capi sotto il mento con un gancetto.

In occorrenze fauste si balla all’armonia del coro: nel carnevale usano mascherarsi; ne’ funerali si fanno i canti funebri intorno al cadavere.

Professioni. Le principali sono la pastorizia e poi l’agricoltura. Un buon numero fanno da vetturali ed esercitano piccoli negozii: altri lavorano alla muratura, in sul legno in sul ferro, e praticano tutte l’arti che sono necessarie, comechè sia in essi considerata maggior perizia. Negli altri ministerii sono: sei notai, un medico, un chirurgo, due flebotomi, tre farmacisti, e nessuna levatrice.

Le donne lavorano in su trecento telai, e possono vendere molte pezze di panni lani e lini a mercantuzzi del vicino Gavoi.

Amministrazioni. È stabilito in Fonni il tribunale di mandamento con giurisdizione sopra Mamojàda e Lodine, un ufficio delle poste, e un altro per la Regia Esattoria.

Guarnigione. Consiste in un piccol corpo di fanteria e di cavalleria. I contingenti per le milizie nazionali è di 60 uomini fra pedoni e cavalieri.

Istruzione. La scuola di primaria istruzione suol avere da 55 ragazzi. Sarebbe stato giovevole a più rapido progresso nella civiltà che prima di questo tempo si fosse provveduto a una più ampia istruzione, e i frati osservanti avrebbero molto meglio meritato di questo popolo che fu sempre liberalissimo verso loro se si avessero assunto l’incarico della medesima.

Religione. La parrocchia Fonnese che era prima compresa nella giurisdizione del vescovo Forotrojanense, o di s. Giusta, come il dissero comunemente dalla sua seconda cattedrale, resta ora sottoposto al vescovo di Nuoro Galtelli. Sei preti hanno la cura delle anime e il capo parroco dicesi rettore. Vengono in sussidio i religiosi Francescani. Questi sono venticinque compresi i laici.

La chiesa maggiore è sotto l’invocazione di s. Giovanni Battista, di antica struttura e piuttosto ben tenuta.

Le minori sono quattro: una intitolata da s. Pietro, l’altra da s. Antonio abbate dove è la sepoltura pubblica, la terza dalla s. Croce: quindi la chiesa del convento, cui sono annessi due oratorii, uno di s. Michele, l’altro di s. Giuseppe. Le cappelle di s. Antonio, della s. Croce e l’oratorio di s. Giuseppe sono uffiziati dalle rispettive confraternite.

Il convento dei francescani fu stabilito nell’anno 1610 addì 14 aprile; e la piccola chiesa che edificavasi dai medesimi si denominava dalla SS. Trinità. Dopo 22 anni per le molte limosine ammassate, e continuanti, i religiosi poteano imprendere la fabbrica d’una casa più capace e comoda, e migliorar la chiesa. La quale però fu accresciuta ed abbellita nella forma e maniera che vedesi solo dopo il 1702, in cui P. Fr. Pacifico Guiso-Pirella, nativo di Nuoro, fu istituito superiore e amministratore del convento. Costui sapea così persuadere che anche i più avari per poco che sentissero la religione largheggiavano nelle limosine. Da queste e da’ doni che si erano offerti, e tutti i dì offerivansi alla Nostra Donna de’ martiri venerata nella cappella di s. Antonio, avendo riunita una cospicua somma, potè venire all’esecuzione d’un suo disegno, e costruiva al lato sinistro dell’antica chiesa una splendidissima cappella e vi riponeva la venerata effigie, e gran quantità di sacre reliquie portate da Roma o prese dalle antiche tombe dell’isola, come son quelle di un s. Egidio vescovo, e di un s. Anania conte d’Aric? che voglionsi naturali del villaggio di Orgosolo, ed ivi martirizzati. Il lavoro in stucco è molto appariscente, ma poco lodevole per regolarità, come pure son poco da lodare i dipinti a fresco. L’opera è di alcuni artisti milanesi che accidentalmente passarono in Fonni, quando il detto religioso avea già maturata l’impresa.

Il santuario sotto questa cappella fu formato nella maniera d’una chiesetta. L’altare fu posto sopra una sorgente che mette in un pozzetto corrispondente allo spiraglio della volta che sostiene il pavimento della cappella. Siedono lungo le pareti sopra piedestalli certi mezzi busti di stucco grossolanamente lavorati, come sono grossolani gli a fresco che riferiscono vari fatti narrati negli atti apocrifi del martirio di s. Efisio.

Nell’ingresso a questo santuario, dalla parte che risponde alla piazza della fiera, è una camera, dove dal buon religioso si son formate dieci fonti in onore delle altrettante virtù della Nostra Donna. Queste acque sacre riunite a quella dell’altare per un canale sotterraneo si mandan fuori nella piazza per servire alla fabbrica della cera appartenente alla cappella, donde, spoglie d’ogni santità, si lasciano uscire agli usi del popolo.

Consacravasi la cappella nell’anno 1714, 15 maggio, da monsignor Antonio Sellent vescovo ausiliare cagliaritano; il sottoposto santuario nell’anno 1730 addì 18 giugno dall’arcivescovo d’Oristano D. Antonio Nin.

Se grande fu prima del P. Fr. Pacifico la religione de’ popoli verso la N. D. dei Martiri, essa diventò maravigliosamente maggiore dopo la erezione di questa cappella, ed era così numerosa la concorrenza dei pellegrini, così continuata la oblazione dei devoti, che fu necessità formare in servigio de’ medesimi un’altra religiosa famiglia e un’altra amministrazione sotto il governo di uno de’ frati più qualificati. Ma raffreddatasi nell’andar del tempo quella gran pietà, e menomate le limosine, cessò la seconda famiglia, e le amministrazioni si confusero.

Lo stesso Fr. Pacifico instituiva (an. 1705, 23 marzo) la confraternita dei dieci beneplaciti, o delle dieci virtù della Vergine nel sunnotato oratorio di s. Giuseppe allato della cappella, e le otteneva dal sommo pontefice varie indulgenze.

La grande iscrizione della cappella. Sopra l’architrave della porta, per cui questi confratelli passano nella cappella, o basilica, come essi dicono, fu posta dal detto frate una lunga iscrizione latina, che i fonnesi lodano siccome un commentario storico, in cui sieno radunate le più importanti notizie delle antichità sarde civili e religiose. Credo però far cosa grata al lettore, recitandola in italiano.

«A Dio ottimo massimo.

A gloria della santissima Trinità propongonsi a leggere le cose contenute in questa tavola.

Descrivonsi brevemente le vetuste glorie, l’origine e la conversione alla fede de’ barbaracini, jolaesi, iliesi e balari; quindi spiegarsi ai pii fedeli il fine della fondazione di questa sacrosanta basilica. Dunque è a sapersi che

Ercole il greco, figlio di Alcmena e di Anfitrione, avendo nelle cinquanta figlie del re Tespio generato cinquanta maschi detti Tespiadi, disegnò mandarli in quest’isola a fondarvi una colonia, perchè avea ricevuto risposta da’ suoi iddii, che molto gioverebbe a lui per conseguire la immortalità, se mandasse una colonia fra’ sardi. Pertanto nell’anno 2769 spedì il suo nipote Jolao con i figli sopra una gran flotta. Jolao occupò la parte meridionale campestre dell’isola: però i suoi ottennero grandissima riputazione, e questa promessa dall’oracolo, che la loro colonia goderebbe d’una perpetua libertà. E quando prima i cartaginesi, poscia i romani occuparono l’isola, non poterono in alcun modo soggiogarli. Trasferita di poi la colonia per gli accidenti delle guerre in queste montagne, fondavasi la città Sorobilitana e i borghi di Allolai, d’Olzai (che già diceasi Jolai), di Fano, ora Fonni, nel cui distretto era la reggia, volgarmente Donnurrè, e l’abitazione de’ greci, e Orrui, e nel territorio di Ovodda il castel d’Jolao, Jolea e Jolei, che ora sono detti Castello-Oladdo e Oleo. In seguito gli jolaesi edificarono un tempio sopra il sepolcro di Jolao, appellandolo padre; e avendo in grandissima venerazione i nove Tespiadi detti Eroi Sardi, onorarono religiosamente per molti secoli i loro incorrotti cadaveri, che rendeano le risposte fra’l sonno a chi interrogavali.

Venne quindi nella Sardegna l’anno 2785 accompagnato da molti troiani dopo l’eccidio della patria Enea figlio di Venere e di Anchise, e quindi ripartiva, lasciatavi una colonia di iliesi, dalla quale si nominarono il Foro trojano, il porto d’Ilio, oggi Tortolì, Arzana depravato da Dardana, Ilbono corrotto da Ilio buono, Baunéi da Bau-Enea, Oliena da Iliena, Girisuli da Girus Ilii, Ardali da Ardua Ilii, e così d’altri luoghi.

Finalmente gli iberi, che eran venuti ausiliarii de’ cartaginesi, arrissatisi con essi per lo spartimento della preda, disertarono con le armi, e si ricoverarono nelle sommità dei monti l’anno 3450, chiamati Balari dai Cirnesi, che è sinonimo di disertori, e diedero il nome alla Barbagia Balarese, alla Belviese, e a’ luoghi di Gadoni, Aritzo e Tonàra, corrotti da Gaudium Adonis, da Aricium, da Jove tonante, e ad altri.

Contro i barbari del Seùlo, e i corsi della Gallura adoratori degl’idoli e devastatori della Sardegna, venne nel 301 il B. Efisio greco di nazione, e sbarcò nel porto di Tarro in Arborea. Azzuffatosi con gli iliesi e jolaesi, fu vinto nella prima battaglia, e dovette salvarsi in sulle navi. Queste essendo state dalla tempesta sospinte al lido, furono dai vincitori assalite, saccheggiate e tinte del sangue di quanti vi si trovarono. Dolente Efisio per la sventura de’ suoi guerrieri, ricorse a Cristo con le preghiere, e incontanente abbonacciatosi il mare, navigò alla riva del Tirso, e vi sbarcò le genti. Il nemico vi accorse volando per combatterlo, ma dalla virtù della croce rappresentata ne’ vessilli, furono così scompigliati, che dovettero fuggire prima di esser battuti; però inseguendoli Efisio capitano di Cristo, molti ne uccise, ed altri fece prigionieri.

Comechè non pochi egli ne avesse convertiti alla fede, non per questo vollero sottoporsi al giogo degli imperatori orientali insino al tempo di Maurizio e di Teodosio, quando Ospitone loro principe ricevette la fede, e domandò la pace da Zabarda duce della Sardegna, la quale ottenne con questa condizione, che li suoi sudditi si facessero cristiani. Il che avendo conosciuto Gregorio il magno, mandò ad essi il vescovo Felice e l’abate Ciriaco, e così scrisse al duce Ospitone.

Mentre nessuno della tua nazione è cristiano, da questo io ti intendo, essere il più buono nella medesima, perchè sei cristiano: imperocchè mentre tutti i barbaracini vivendo come animali insensati, ignorano il vero Dio, e adorano il legno e le pietre, in questo stesso, che tu adori il vero Dio, dimostri quanto avanzi gli altri. Ma onora con le buone opere e colle parole la fede che hai ricevuto, e a Cristo, in cui credi, offri ciò in che prevali per addurre al suo culto quanti potrai, e farli battezzare, ed esortarli, che provvedano alla loro eterna salute. Che se per avventura ciò non puoi fare perchè occupato in altro, io che ti desidero ogni bene, ti prego di dar favore in tutte le cose al mio confratello e convescovo Felice e al mio figlio e servo di Dio Felice: perchè in confortandoli nelle fatiche, tu dimostri la tua devozione all’onnipotente Iddio, ed egli ti sia nelle buone opere confortatore, alli cui servi tu sarai ausiliatore nella buona opera. Vi abbiam trasmesso per essi la benedizione di s. Pietro, la quale io desidero che accogliate volentieri… Scrivendo poi a Zabarda, dicea: Mi fu significato che a questa condizione vi avvenghiate a far la pace co’ barbaracini, che li convertiate alla fede di Cristo: di che io mi sono grandemente rallegrato…

Avendo Felice e Ciriaco predicato G. C. ne’ paesi de’ Barbaracini, consagrarono molti col lavacro del battesimo, e dentro sette anni fondarono una parrocchia.

Tutte le quali cose ben considerando il frate Pacifico Guiso-Pirella nuorese, perchè mai più non cadesse in dimenticanza la memoria di tanto benefizio della B. Vergine regina de’ martiri (da cui ogni bene e la sovversione della superstizione si riconosce) e de’ santi Efisio e Gregorio, eresse in loro onore questa basilica, e felicemente la compiva nello spazio di trentasette mesi,

Addì 13 maggio 1708».

Ecco quanto si contiene in quella gran tavola. Sulla quale non posso lasciar di dire che la sola narratavi dell’Ercole greco e de’ cinquanta figli, l’apoteosi di Jolao, il culto de’ nove Tespiadi, e la ricordanza degli oracoli che si rendeano a’ sognatori, sono tali profanità che non si sarebbero dovute scrivere in un tempio cristiano, nella parete d’una cappella dedicata alla

B. V., che le immaginarie origini de’ paesi che vi sono riferite si sarebbero dovute lasciare nelle pagine, dove il Vitale scrivea i suoi sogni. Epperò anche non riguardando le molte altre cose che in quella tavola occorrono degne di censura, stimerei ottimamente fatto se si cancellasse quanto vi è di falso, temerario, dissimile dalla storia, favoloso, impertinente, e solo si ricordasse il trionfo della fede sopra le superstizioni antiche dei barbaraceni adoratori di statue di legno e di alcune pietre, per darne gloria a Dio, alla B. Vergine, a s. Efisio, a s. Gregorio e a’ due uomini santi, per li quali fu operata la felice conversione.

Feste. La principale è in onore della Vergine de’ Martiri, e si celebra il lunedì dopo la Pentecoste.

Il concorso comincia dal giovedì precedente, ed è numerosissimo già che da’ dipartimenti d’intorno e dalle lontane regioni moltissimi vi si adunano, altri per causa di religione, altri per divertimento e molti per comprare o vendere nel mercato, che si è forse quello dove si fanno più affari, che un oltramarino però che avesse vedute altre fiere potrebbe dire affarucci.

L’altra festa solenne e onorata da’ forestieri è per il titolare nella commemorazione della sua Natività. In quel giorno fassi la gran currilla, come dicesi la corsa ripetuta di più di cento cavalli, or in due, or in più, a imitazione di quello che si pratica in Cagliari negli spettacoli del carnevale. Si corre di mattina e in sulla sera; di mattina nell’ora della messa solenne nella contrada della chiesa tra i frequenti scoppii degli archibugi; di sera in più comodo arringo, dove i bravi cavalcatori gareggiano fra loro di destrezza nel maneggio e buon governo de’ cavalli. In Ursulè per le feste di s. Giorgio e di san Antonio, in Orgosolo per s. Anania e per la Vergine Assunta, è un consimil costume che essi però dicono vardia.

Chiese campestri. Ne’ salti di Fonni sono cinque chiese, una in monte Pasàda sotto l’invocazione di N. D., che denominan del Monte, l’altra di s. Anania, verso tramontana, a un miglio scarso, la terza a una egual distanza verso greco, dove si festeggia per s. Giusta, la quarta al ponente, a circa un miglio e mezzo, che ha per titolare l’arcangelo s. Michele, la quinta appellata da s. Cristoforo a circa 3 miglia verso levante. Sono tutte di costruzione antica, di forma bislunga, con una sola cappella, e coperte di legname fuorchè in sull’altare, su cui è stesa una volta.

Territorio. La sua superficie di circa miglia quadrate 20, e tutta montuosa, se non che ha pochi spazi piani presso i confini con Mamoiada ed Orgosolo. I suoi monti ben possono per la loro elevazione star prossimi al Monte Argentu. Primo fra essi è lo Spada, che fu riconosciuto superiore al mare (mis. Barometrica) di metri 1626,33, onde dovrebbe stimarsi la seconda eminenza della Sardegna. Da esso si produce una serie di altre montagne verso il levante sino a’ salti di Orgosolo, alla gola dove è il passaggio alla Ogliastra, che dicono Arco di Cornobue per la forma delle due punte dette Armariu, quella che è in terra di Fonni, e Gibinari quella che è in su’ limiti orgolesi. Nella parte culminante del passaggio, o sia nella linea della divisione delle acque, il barometro segnò l’altezza di metri 1273,73.

Dopo lo Spada è il Pasàda che sorge al mezzogiorno ed è separato da quello per un vallone. Nella sua cima presso a un norache distrutto è la chiesetta summenzionata, dove fannosi i divini uffizi nella commemorazione della Visita della Vergine a s. Elisabetta.

Considerevole è pure l’altezza del salto che dicono Montenòu (Montenuovo), perchè recentemente (anno 1811, 29 nov.) acquistato per cessione del comune, di Villanova Strisàili con l’annuo canone di scudi 60. Esso è fiancheggiato quinci dalla montagna di Artilài, quindi dal colosso de’ monti sardi il Monte Argentu, la cui altezza sul mare calcolossi di metri 1864.70 in punta Sciussiu, di m. 1869.01 in punta Florisa, e di m. 1917.72 in Bruncuspina.

Minerali. Le roccie predominanti sono le granitiche. Non manca in qualche sito la calcarea, e in Montenòu parve a qualcuno di vedere alcuni indizii di zolfo, vitriolo, piombo e ferro.

Selvaggiume. Questi salti nelle parti più elevate sono abitati da mufloni; nell’altre hanno cervi, daini, cinghiali, lepri e volpi. Vi sono numerose le specie grosse degli uccelli, e i cacciatori trovano pure pernici, tortorelle, colombi selvatici, merli, tordi, anitre ecc.

Acque. Le fonti sono frequentissime e tutte perenni; le acque pure e salubri, ed eccellenti sopra l’altre quelle che sorgono nella regione meridionale.

Da queste formansi molti rivoli, e da’ rivoli tre fiumi: il primo l’Aràtu che nasce dalla celebre fontana di Perdusurdu a piè dell’Artilài, e quindi cresce da’ ruscelli Loddurrè, Teràcos, Sa Vide, S. Abbiargiu e da altri minori che scorrono dai salti di Desulo e di Ovodda; il secondo è il così detto Flumen de bidda perchè scorre vicino al villaggio e muove quindici molini dall’autunno al maggio, nel qual mese comincia a usarsi per la irrigazione degli orti: esso nasce dalla famosa fonte di Donnu Urtèi a piè del monte Spada e si ingrossa dal-l’Ossai, Pastoro ed Enucrargio; il terzo è il Durane maggiore degli altri perchè formato nel luogo detto Sa canna dalla confluenza di due copiosi rivi, uno detto il Giuspene originato dalla montagna di Tovio incontro al monte Argentu, e assai cresciuto per li ruscelli Uéi, Aradilòi, su Porcu, Mattalèo, l’altro Gremànu che nasce dalla fontana di Cornobue e cresce da’ fiumicelli Barita, Bovori, Preduleone, Sinidolài e Calcinargiu. Questo fiume riceve altri ruscelli prima di congiungersi col suddetto Flumen de bidda. Uniti non si lascian guadare nè anche a cavallo dal principiar dell’inverno insino al maggio. Sotto il ponte di Gavoi aggiungendosi loro l’Aratu esiste uno de’ principali rami del Tirso il Taloro.

La valle ove scorre il Flumen de bidda è di una grande amenità per gli orti, per le tanche arborate a noci, castagni, quercie, ontani, salici, noccioli e pioppi, e per la vegetazione spontanea ne’ tratti non culti. Quasi in tutti gli anni avvengono innondazioni che guastano gli orti ed i molini.

Questi fiumi scarseggiano di anguille, ma abbondano di trote, e sarebbe più abbondante la pesca di questa specie se si estirpasse l’abuso di avvelenar le acque con le radici del truviscu e con le frondi della ferruledda.

Agricoltura. Le famiglie agricole nel 1838 erano 234.

Il monte granatico di Fonni è dotato solamente in orzo.

Si seminano ordinariamente starelli di grano 500, d’orzo 1000. L’arte di coltivare è più imperfetta che nelle altre regioni cereali così per li metodi, che per gli istromenti. Il grano suol render il 4, l’orzo il 6; si coltiveranno circa 50 starelli di terreno per le fave, che danno l’8.

Come cessano i ghiacci la terra dimostra la sua particolar attitudine per le piante ortensi e tanto abbondano i frutti che siano un principale articolo di sussistenza e di lucro. I fagiuoli di molte varietà ingrossano più che altrove e crescono al dieci. I ceci e le lenticchie vengono felicemente: il granone verrà parimente come fan sperare le esperienze. Coltivasi un po’ di lino e canape, e si loda per la bontà. I cavoli, le cipolle, le lattughe, i pomi d’oro, i piselli, i cardi ecc. prosperano maravigliosamente. Le cipolle sono grandi, schiacciate e dolci. I cavoli gambusi si conservano per molti mesi dentro un fosso copertovi di terra. Si usano per il minestrone, che dicono e compongono di lardo, salsiccia, fagiuoli, patate, castagne secche (sa pilledda), e pasta con carne di bue o di porco salato. Una tal pietanza fa onore al valor degli stomachi.

Alcuni coltivano le fragole; gli altri se ne provvedono andando a raccoglierle in certe regioni dove vengon spontaneamente.

La terra è ottima per le patate; però vedonsi bulbi grossissimi a qualcuno pesa più di tre libbre; sono assai consistenti e per ciò di gran durata. Questa coltivazione si sperimentò utilissima e or si può dire con verità che Fonni sia il luogo dove son più curate. Corre voce che la decima di tal genere non sia soventi molto dissotto li 4000 starelli. Nel villaggio si suol vendere a soldi 8 lo starello, nelle altre parti dell’isola a proporzione del dispendio del trasporto.

Le vigne vegetan bene; ma sia perchè le uve non sono mature quando ritorna la mala stagione, sia ancora per il difetto della manipolazione, i vini non hanno alcuna bontà. Forse maturerebbero se i fondi non si levassero troppo dal suolo, e non si volessero pampinosi. Il sistema delle viti alte e fogliose (pastinu incannizzadu) che può tenersi in luoghi calorosi e dove l’estate è assai lunga, nuoce in regioni dove anticipa l’inverno. Se esse sian men pampinose la pianta e il grappolo sente più il sole, e se siano basse, il calore di riflessione essendo maggiore, giova ad una più pronta cozione de’ sughi. Per il sunnotato difetto de’ vini la cultura delle vigne è così negletta, che mentre in altri tempi aveasi la sufficienza per la popolazione, ora devesi nell’autunno mandare nell’Ogliastra per più di due terzi della provvista. È forse non andrà molto che la comprino intera essendo ingrato il vino delle loro viti, gratissimo l’altro. Veramente il mosto della Ogliastra dopo che il freddo abbialo depurato ha una singolare soavità nelle Barbagie.

È maravigliosa la vegetazione de’ fruttiferi. Le specie più comuni sono noci, noccioli, peri, meli susini, ciriegi, fichi e ogni sorta di pomi. Il numero degli individui è immenso.

Tanche. Sono in grandissimo numero; ma da questo che appena occuperanno un sesto dell’area territoriale può ogniun dedurre che poche sieno d’una considerevole estensione. Una gran parte di esse ha occupato una selva di lecci e serve alla pastura, nell’altre si fanno lavori agrarii. I perugini sono sparsi per tutto.

Erbe. Quelle di pascolo sono copiosissime, e tra esse è il serpillo assai pregiato non solo perchè somministra nutrimento al bestiame quando le altre erbe non sono ancora cresciute, ma ancora perchè dà alla carne e al cacio un gusto soave.

Tra le altre erbe comuni se ne trovano molte che servono alla medicina; ma quei popolani non si servono che delle poche di cui conoscono la virtù e principalmente della genziana.

Pastorizia. Nell’anno 1836 si notarono i numeri seguenti. Pecore 40000, capre 3000, porci 2000, vacche 300, buoi 580 cavalli 650.

Nell’anno 1838 si ebbero questi altri numeri: pecore 40000, capre 2500, caproni 120, porci rudi 2000, porci domestici 350, vacche e vitelli rudi 650, domestici 8, buoi 600, cavalli e cavalle 700.

Le famiglie de’ pastori erano in quest’ultimo anno

322. Il confronto di questa cifra con quella che scrissi per gli agricoltori dirà come la pastorizia prevalga ancora sopra l’agraria.

Cani Fonnesi. È una famiglia di gran corpo di docilità, destrezza e forza. Nel villaggio stanno a guardia delle case, nel salto a custodia delle greggie contro i ladri e le volpi. Compagni de’ banditi li vegliano e li ajutano negli incontri lanciandosi sul nemico benchè armati e in sella, e cogliendolo e precipitandolo con gravi ferite al collo, se non siano respinti. Servi ai ladri intendono il cenno, corrono sin contro le vacche, le addentano al muso e invano muggenti e ripugnanti le portano a piè del padrone. Per cotanta utilità egli è che sono educati con molta cura e venduti a gran prezzo. Vuolsi siano di una razza indigena antichissima.

Emigrazione. Le pecore non pascono in questi salti che dal maggio al settembre. Quando l’atmosfera comincia a sfreddarsi i pastori si affrettano a partire alle regioni calde ne’ campidani e nelle marine, e abbandonano la famiglia per non rivederla che alla primavera seguente.

Il formaggio che si fa in questi pascoli è di grandissima bontà. Non si usa spogliare il latte del butiro. Sono poi ben pochi quelli che mungano le vacche.

Casu de murgia o de fitta. Quando il latte quagliato nella caldaja sia consistente il pastore col suo coltello lo divide e suddivide in gran numero di fette, e queste gitta in una giarretta, ove è l’acqua ben saturata di sale. Così si conserva per un anno e più. Serve questa sorta di quagliato per condimento della minestra ordinaria che fanno mettendo la pasta nell’acqua bollente ingrassata con un po’ di lardo. Così pure costumasi in altri luoghi della Barbagia e ne’ villaggi della montagna d’Ogliastra, che a dir vero sono barbaracini di origine e nel tempo de’ Giudici erano compresi nelle curatorie della Barbagia.

Commercio. I prodotti del bestiame ne sono la parte maggiore. Vendonsi capi vivi e formaggi, cuoi, pelli e lane, giacchè nè l’unica concia che si ha in Fonni, nè la manifattura del panno forese, può usare quello che annualmente producesi. I frutti ortensi sono un altro ramo considerevole di commercio concambiandosi i fagiuoli e le patate con grano, orzo, fave, vino, fichi secchi, uve passe, e altri generi di provviste. Finalmente si ha pure un buon guadagno dalle tele da tappeti e da altre manifatture che portansi in tutti i dipartimenti del regno.

Fiera. In occasione della festa per la Madonna de’ Martiri, che abbiam detto ricorrere tutti gli anni nel lunedì di Pentecoste, apresi una fiera per cinque giorni; e può dirsi sia fra tutte le altre che si celebran nel regno la più frequentata e ricca.

Strade. I fonnesi comunicano con la Ogliastra per la strada di Cornobue, e per quella che da Cagliari procede alla Gallura con le provincie settentrionali e meridionali. Ma così queste come le vicinali sono poco praticabili coi carri. I carri usati nelle Barbagie e in altri dipartimenti montagnosi sono nelle parti principali e nella forma simile agli usati nelle regioni meno scabrose, ma dimostrano la prima rozzezza della invenzione, le ruote piccole e assai materiali e non cerchiate di ferro; la scala grossolana… Usasi pure un traino che dicon sa lacchedda, e consiste in un gran sovero concavo, o in un pezzo di tronco scavato, che per una corda attaccasi al giogo, e strascinasi carico di pietre, terra, letame ecc.

Sicurezza de’ passeggieri. Non sono rare le grassazioni quando i banditi posson vagare a loro volontà non repressi dalla pubblica forza.

Banditi. L’attuale loro numero non supera la trentina. I fonnesi diffidando della giustizia o vanno nelle montagne di Montenieddu e Montenou, o se loro non sia sopportabile una così dura vita si ricoverano in Orgosolo, dove li assicura la fedelissima ospitalità di quei popolani anche in faccia a’ soldati della guarnigione. Ne’ primi anni del terzo lustro del corrente secolo eravene una gran moltitudine, e però faceansi frequentissime bardane, come essi dicono le grassazioni e le invasioni e depredazioni dei villaggi di altri dipartimenti. Nel 1812 accadde un sanguinoso scontro tra banditi e pastori fonnesi, che aveano rapito alcuni armenti dalle terre di Bithi, e i bittesi venuti con un buon numero di truppe di miliziani a ripigliarsi con le arme la loro roba, già che era a essi troppo duro di ricomprarla con quelle somme che esigevano i ladri. Un imprudente colpo del Cav. Serra di Sassari sdegnato dell’orgoglio con cui il parlamentario de’ banditi parlava volendolo persuadere a ritirarsi coi suoi soldati e lasciar soli i bithesi fu il segno d’una fucilazione mortale da cui patirono molto e i soldati e i miliziani. Il primo che cadde fu il Serra. Gli aggressori si dovettero dopo vani sforzi rivolgere a una precipitosa fuga senza aver ottenuto l’intento. I fonnesi ebbero alcuni feriti.

Distanza di Fonni da paesi vicini. Da Lodine miglia 2,5, in un’ora, da Ovodda m. 4, ore 2,30 m; da Gavòi

m. 3,5 ore 2; da Mamojàda m. 6, ore 2,15 m; da Orgòsolo m. 8, ore 3; da Strisaìli m 13 ore 4; da Dèsulo m. 8, ore 3. Ma nell’inverno queste vie sono tagliate da’ fiumi sì che non si può comunicare. Non v’ha che il solo ponte di Gavòi.

Antichità. Sono ne’ territorii di Fonni venti norachi, due nella regione che dicono Eliseo, gli altri ne’ luoghi nominati Carpidira, Ballòi, Madalèi, Madau, Gremanu, Muscu, Alinu, Dronnoro, Osòle, Orovidum, Donnamaria, Dossonello, Su Isperu, Lorali, Pasàda, Locherio, Logomàghe, e Marcusi. I due d’Eliseo sono i più piccoli, e tutti hanno l’entrata assai bassa, e non hanno alcuna costruzione esteriore, se pure non debba eccettuarsi quello di Pasàda.

A piè de’ norachi vedonsi quegli antichissimi monumenti detti Pedras-fittas, di cui già si è parlato nel-l’articolo Barbagia. Forse s. Gregorio nella lettera a Ospitone riguardava a questi oggetti superstiziosi, quando dicea che i barbaracini adoravano le pietre.

Popolazioni antiche. Sonovi vestigie, in Donnurrè all’austro in distanza di due miglia sotto il monte Pasàda; nella regione che appellano dessos Gregos (de’ Greci) a levante e alla distanza d’un’ora; nel luogo detto Su Alinu verso la stessa parte e più lontano per il tratto d’un quarto d’ora; in Osule a greco a un’ora di viaggio; in Orrùi al ponente e in distanza di mezz’ora; in Nole ad austro, e in Sorovìle a tramontana a un mezzo miglio; in Leporèni… Niente si conosce intorno a queste, e ignorasi il tempo del loro eccidio o disertamento. Vige però l’antica tradizione d’una spaventosa mortalità che spegneva quasi interamente quei popoli. I pochi superstiti non potendo vivere nella funesta solitudine de’ loro paesi, andarono a Fonni e vi si stabilirono. Ma questa sventura avvenne per certo in tempi assai lontani. Nella pestilenza degli anni 1652-53-54 non pare che Fonni sia stato esente dal malore. Nel censimento della popolazione dell’isola fattosi nel parlamento del Lemos vedonsi notate su Fonni famiglie 294. Circa venti anni dopo ne’ comizii di s. Stefano (1678) il numero delle medesime era, non si sa come, cresciuto a poco men del doppio; già che ne furono descritte 585. Sopravvenne nel 1680 una gravissima carestia, e nell’anno seguente si aggiunse a scemare i popoli una mortalissima epidemia, dalle quali tanto patirono i fonnesi, che nel parlamento del Monteleone (1688) non furono numerati più di 260 fuochi. Dopo quei tempi infausti fu appena sentito l’aumento, e nel censimento del 1698 nell’assemblea nazionale sotto il Montellano non eransi aggiunte al primo numero più che 20 famiglie, e non si numeravano in tutto il popolo più di 1277 anime.

Sorovile o Sorobile. Egli è nel luogo di questo nome dove si son vedute vestigia considerevoli e siffatte costruzioni, nelle quali sia riconosciuta l’arte e la magnificenza de’ tempi romani; ed è ivi che io riconosco la Sorabile dell’Itinerario romano, sì perchè è chiara l’identità sillabica di Sorabile a Sorobile non dovendosi far conto della mutazione dell’a in o, che può essere o da sbaglio degli amanuensi o da differenza di pronunzia che da troppo aperta sia passata alla maniera contraria; e sì perchè le misure segnate nell’Itinerario portano la seconda stazione della via centrale da Cagliari a Olbia in questo punto. I proprietarii del luogo vi trovarono varii utensili domestici e d’arte, canali di piombo ecc.

Determinato il sito di Sorabile, siccome questa città era sulla anzidetta strada centrale da Cagliari ad Olbia, quindi è certissimo che la regione fonnese era traversata dalla medesima, e questo ci fa certi che tal città sia stata posseduta da’ romani, sebbene non per sempre ritenuta sotto il loro dominio, perchè era difficilissimo ritenerla in tanta vicinanza agli iliesi.

Una particolare tradizione serbasi tra’ fonnesi che essa avesse una popolazione di circa 17 mila anime, che fosse ridotta a pochissimi dalla pestilenza che la invadea nell’anno o 1320, o 1330, e che quell’avanzo, lasciate le antiche abitazioni, si ritirasse al luogo vicino che diceano Fonni.

Antiche cavernette sepolcrali. Se ne trovano in varii siti, in Orrùi presso la chiesa, in Drònnoro presso al norache: in su Foreddu; in Oruviduni e in Galennèle basse, come sono in altre regioni, sì che l’uomo appena possa rizzarsi sulle ginocchia, ma di capacità maggiore ecc. L’appellativo che hanno presso altri popoli di domos de ajanas (case delle fate) è usato pure da’ fonnesi.